Focus 1

Le sottomarsine presenti nella sala degli abiti di Palazzo Langosco, più comunemente conosciute come gilet, sono di provenienza vercellese, di manifattura italiana o francese e databili a un periodo compreso tra il 1740 e il 1780.
Le otto sottomarsine citate sono state confezionate in taffetas e raso di seta, ricamate a punto semplice con filati in seta o lana, con decorazioni floreali a cascata o motivi floreali singoli, formando una grafica visivamente più complicata.
La storia del costume ci insegna che il panciotto, o gilet, compare per la prima volta alla corte di Versailles tra il 1660 e il 1670, ma è durante il ‘700 che questo capo diventa veramente di moda, arricchendo il vestito maschile e rendendolo più fastoso e creativo. Dapprima il gilet veniva confezionato nella stessa foggia della marsina che lo copriva, lungo fino a poco sopra il ginocchio. Via via la moda cambia anche in base alle esigenze dell’uomo del tempo, arrivando a confezionare un gilet più corto, dalla forma più allungata sui fianchi, sempre dall’aspetto ricco e fastoso ma più moderato, che prende il nome di redingote o riding coat, proveniente dallo stile inglese, che agevola l’uomo che lo indossa nei movimenti ma soprattutto nella cavalcata. Questo tipo di gilet accompagnerà l’uomo fino agli anni ’40 del ‘900, per poi ricomparire d’un tratto negli anni ’80 dello stesso secolo in tweed e maglina, dall’aspetto più semplice ma anche più rustico, indossabile da uomo, donna e bambino.
I capi esposti in museo sembrano appartenere ad una fascia elevata della società ma, presumibilmente, furono confezionati per un semplice borghese, questione che si nota soprattutto dai ricami presenti, cuciti con materiali meno pregiati e dai colori poco vividi. L’oro, usato per tutto il ‘700 per la manifattura dell’abbigliamento dei nobili, viene in questo caso sostituito da filati di color giallo zafferano, che ne imitano la ricchezza, proponendo un’alternativa meno costosa e quindi risparmiando sulla confezione.